LE ORIGINI DEL CAFFE’, FRA MITO E REALTA’

caffè alta qualità
È pressoché impossibile tracciare una linea di confine tra realtà e leggenda quando si ricercano le origini del caffè, una delle bevande più diffuse al mondo, simbolo di convivialità e raffigurata in dipinti famosi, protagonista di rappresentazioni teatrali e, oggi, onnipresente anche in film e telefilm nei quali, prima o poi, i protagonisti gustano un caffè servito in piccole tazze in salotto o al ristorante oppure in grandi bicchieri di plastica, stile Starbucks, in ufficio, in macchina o per la strada.
 
Si ritiene che la storia di questa bevanda abbia inizio tra il 900 e il 1.000 d.C.: scritti risalenti al 900 d.C., scoperti da alcuni archeologi, contengono la descrizione dell’uso del caffè in Arabia come medicina. Tuttavia, i primi accenni al caffè risalgono a periodi ben più antichi. Nel Primo Libro dei Re, nella Bibbia, si narra che Davide portasse “grani abbrustoliti”, verosimilmente chicchi di caffè, come dono di conciliazione, mentre Omero descrive una bevanda amara, utile contro dispiaceri e rancori, che Elena aggiungeva al vino degli ospiti di Menelao.
 
È un fatto certo che il caffè sia originario dell’Etiopia, dove tuttora cresce spontaneo nella grande foresta di Harenna, e da lì si diffuse dapprima nello Yemen – che dal 520 al 570 d.C. fu annesso al regno etiopico di Axun - e poi nell’intera Arabia. Come per altri alimenti, anche la scoperta di questa bevanda è dovuta alla casualità e alla capacità di osservazione degli uomini, com'è narrato in numerose leggende, riportate in versioni diverse, e con protagonisti differenti, ma accomunate da circostanze simili e, probabilmente, vere.
 
Sembra che una di queste leggende, tramandata per secoli in Etiopia e nello Yemen, sia stata narrata per la prima volta in Europa nel 1671 da un frate maronita, Antonio Fausto Nairone, professore di teologia alla Sorbona.  Secondo questa leggenda, furono alcuni pastori dell’altipiano etiopico a notare una inconsueta eccitazione nelle loro capre, che perdurava anche di notte, tanto che gli animali non dormivano caricando a testa bassa chi cercava di avvicinarli. Non riuscendo a trovare una spiegazione a tale comportamento inconsueto, i pastori si rivolsero a un saggio monaco il quale chiese loro se, per caso, avessero portato le capre in un nuovo pascolo dove potevano aver brucato qualche pianta sconosciuta.
 
Il vecchio saggio del monastero aveva individuato la soluzione del problema: riportate le capre al nuovo pascolo, i pastori le videro brucare le foglioline e i frutti di alcune piantine misteriose che si affrettarono a portare al monastero. I monaci fecero alcuni esperimenti, in particolare abbrustolirono i semi sul fuoco, li frantumarono e li versarono nell’acqua bollente, ottenendo un infuso che bevvero rimanendo ben svegli tanto che e poterono pregare tutta la notte, ma nel pieno delle loro forze grazie all’effetto stimolante della nuova bevanda.